Categoria: Ambiente

Nature: nuovo report a favore delle proteine vegetali

In un nuovo report pubblicato su Nature sustainability, un gruppo di studiosi ha stabilito che il passaggio verso una dieta a base vegetale entro il 2050 potrebbe farci risparmiare tra i 332 e i 547 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Questo ci porterebbe a un passo dal raggiungere gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi, con una probabilità del 66% di limitare il riscaldamento globale entro 1,5 °C.

Un impatto insostenibile

Lo studio in questione spiega che gli alimenti di origine animale, come carne e latticini, hanno una grande impronta in termini di consumo di suolo, nonché di acqua ed emissioni di anidride carbonica. Quasi il 90% dell’energia contenuta nel cibo ingerito dagli animali viene persa per mantenerli in vita: in questo modo, tra pascoli e terreni coltivati a mangimi, gli animali da reddito sfruttano oltre l’80% delle terre agricole del pianeta, mentre producono solo il 18% del fabbisogno calorico globale e il 37% delle proteine.

Più dell’80% delle terre coltivate viene usato per nutrire gli animali negli allevamenti, ma produce solo il 18% del fabbisogno calorico globale e il 37% delle proteine.
© The Guardian

Il ripristino degli ecosistemi naturali è fortemente limitato dalla produzione di cibo, che costituisce il maggior utilizzo di terra da parte dell’umanità. La produzione alimentare causa un carbon opportunity cost, che rappresenta il potenziale di rimozione di ogni terreno.

A quanta CO2 rimossa in modo naturale da parte degli ecosistemi stiamo rinunciando con la nostra alimentazione?

L’entità del potenziale dipende da due fattori: la vegetazione di partenza dell’ecosistema (una foresta pluviale elimina più CO2 di un campo coltivato) e il tipo di cibo prodotto sul terreno lavorato (carne e latticini inquinano più di tutto il resto). Calcolando l’impatto dell’allevamento sulla produzione di cibo, gli studiosi hanno evidenziato che i pascoli rappresentano la maggior parte (72%) del carbon opportunity cost delle proteine animali, mentre il restante 28% è invece costituito dai terreni adibiti alla produzione di mangime.

L’alternativa c’è

Un’alimentazione a base di verdure, legumi, cereali e frutta richiede invece meno risorse, perché viene eliminato un passaggio intermedio che non è necessario. Le risorse di cui ha bisogno l’animale per crescere potrebbero essere impiegate direttamente per l’alimentazione umana, che ne beneficerebbe anche in termini di salute.

Le proteine vegetali sono la scelta più sana e sostenibile, secondo la comunità scientifica.

I ricercatori aggiungono che la probabilità di limitare e non superare la temperatura globale oltre la soglia di 1,5°C aumenta di pari passo con il raggiungimento, prima del 2050, delle emissioni zero. Queste si ottengono quando la quantità di emissioni di anidride carbonica viene equilibrata dalla capacità del pianeta di riassorbirle. L’assorbimento di CO2 si satura dopo circa 25 anni per le foreste tropicali e circa 30 anni per le foreste temperate. Cambiare la nostra alimentazione e l’uso che facciamo delle terre agricole entro i prossimi vent’anni può aiutarci a raggiungere le emissioni zero entro il 2050.

Negli ultimi anni, sempre più ricerche concludono che la vita sul pianeta è a rischio e per evitare il collasso dell’ecosistema dobbiamo diminuire in maniera drastica il nostro consumo di prodotti animali. Il riscaldamento delle temperature globali comporta l’innalzamento del livello del mare, l’incremento delle ondate di calore e dei periodi di siccità, delle alluvioni, l’aumento per numero e intensità delle tempeste e degli uragani.  Anche la comparsa delle zoonosi, le malattie che compiono il salto di specie e che, come il Covid-19, diventano pericolose pandemie, dipende dal consumo di animali.

Limitare l’intensità di questi fenomeni è possibile: basta cambiare la nostra alimentazione. MenoPerPiù offre un supporto gratuito alle aziende che scelgono di promuovere le proteine vegetali come alternativa sana e sostenibile in ogni pausa pranzo, perché there is no planet B.

I consumatori europei sono pronti a rinunciare alla carne

L’organizzazione dei consumatori europei BEUC ha pubblicato un report sul rapporto tra i cittadini e la transizione verso il cibo sostenibile. L’indagine si è svolta tra ottobre e novembre 2019 in undici Stati europei, Italia inclusa.

I risultati mostrano che la maggior parte dei consumatori è disposta a ridurre il proprio consumo di carne, in favore di proposte più sostenibili.

Cibo e sostenibilità

Secondo la Commissione Europea, il consumo di cibo è il driver principale dell’impatto ambientale negativo delle famiglie europee, seguito dalla gestione della casa e dai trasporti. I consumatori stanno diventando sempre più consapevoli delle sfide del food system e si informano sui vari aspetti legati al cibo: come viene prodotto, da dove proviene, se fa bene alla salute o all’ambiente. Questo ha portato a un piccolo ma promettente cambio di rotta, con un calo della domanda di carne rossa e un aumento della domanda di cibo biologico.

Il quadro che emerge dalle risposte al questionario evidenzia come la cittadinanza sia pronta a ridurre il proprio consumo di carne, per il benessere proprio e del pianeta, ma che questo necessiti del supporto delle istituzioni, sia dal punto di vista economico che da quello pratico-teorico.

Nel dettaglio, i risultati mostrano che gli intervistati tendono a sottostimare l’impronta ecologica delle proprie abitudini alimentari, anche se sono consapevoli dell’impatto ambientale della filiera agroalimentare. Quasi sempre, “sostenibile” fa ancora rima con “locale, non OGM e senza pesticidi”.

Il 60% dei consumatori afferma che la sostenibilità influenza le proprie scelte alimentari, ma con dei limiti dovuti ai prezzi, alla mancanza di informazioni sui prodotti e di conoscenza in materia. In tanti chiedono che sia resa obbligatoria un’etichetta di sostenibilità sulle confezioni degli alimenti, ma solo il 25% è d’accordo con la tassazione dei prodotti meno inquinanti. In ogni caso, i cittadini si aspettano che l’Europa svolga un ruolo chiave nel promuovere la produzione e il consumo di cibo a basso impatto ambientale.

Meno carne rossa

Due intervistati su tre, soprattutto donne, sono pronti a consumare più cibo vegetale, a scegliere frutta e verdura di stagione e a sprecare meno cibo, a patto di non spendere più soldi.

I prezzi dovrebbero dare il giusto segnale e incentivare il cibo sostenibile, che necessariamente non deve essere il più caro

BEUC – One bite at the time: consumers and the transition to sustainable food 

L’Italia, con il 45% dei consumatori che ha ridotto o eliminato la carne rossa dal menù per inquinare di meno, è il primo paese in Europa a favore dei piatti sostenibili: la scelta proteica si sposta prevalentemente su cibi vegetali (plant-based burger e legumi), mentre non sono visti di buon occhio prodotti a base di insetti o carne coltivata in laboratorio. In uno studio italiano del 2017, il consumo pro capite di carne rossa e processata si attestava intorno ai 450 g alla settimana, mentre per non superare i limiti di sfruttamento del pianeta dovrebbe rimanere entro i 100 g in sette giorni. Va altresì ricordato l’aspetto nutrizionale: la IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ente dell’OMS) ha classificato la carne processata (wurstel e affettati) come sicuramente cancerogena e la carne rossa come probabilmente cancerogena. 

Le raccomandazioni

In conclusione, BEUC sottolinea l’importanza di aumentare la consapevolezza pubblica sull’impatto ambientale della filiera agroalimentare. Per farlo, è necessario passare attraverso la produzione di linee guida che uniscano l’aspetto nutrizionale con quello di sostenibilità. Anche la promozione di cibo prevalentemente vegetale è fondamentale, meglio se veicolato attraverso messaggi positivi centrati sull’incremento dei legumi e non sulla riduzione della carne. Di pari passo, si consiglia di offrire un’ampia varietà di opzioni a base di proteine vegetali nella ristorazione a tutti i livelli.

Il prezzo del cibo deve essere equo, e tutti i consumatori devono poter avere accesso ai piatti sani e sostenibili. 

Infine, non si può ridurre tutto a una decisione individuale: i cambiamenti devono partire dai sistemi di produzione e distribuzione che, attraverso prezzi, marketing e canali di distribuzione, di fatto influenzano le scelte alimentari di milioni di europei.

L’Europa alla prova di un sistema agroalimentare sostenibile

Nonostante l’emergenza in corso, è tempo di ripensare alla sostenibilità dell’agricoltura in Europa. Il 25 febbraio venti ONG hanno inviato una lettera al vicepresidente e a una selezione di commissari della Commissione Europea, chiedendo di ridurre e migliorare la produzione di carne, latticini e uova nella Farm to Fork (F2F) Strategy. Poco dopo, il 9 marzo, 3600 scienziati hanno pubblicato un articolo di condanna verso la PAC e la sua strategia di sostegno agli allevamenti intensivi.

Cosa sono PAC e F2F?

La Politica Agricola Comune (PAC) è l’insieme delle norme dell’Unione Europea indirizzate allo sviluppo di un settore agricolo uniforme in tutto il territorio comunitario. La PAC impegna ben il 34% del bilancio dell’UE per tutelare la produzione alimentare europea attraverso l’erogazione di pagamenti diretti, di misure di mercato e di fondi per lo sviluppo. Al tempo stesso, questa politica – definendo il settore agricolo dell’UE – contribuisce alla perdita di biodiversità su larga scala, alla crisi climatica, all’erosione di suolo e alla degradazione della terra. In questi anni i programmi PAC in grado di controbilanciare tutto questo non sono stati adeguatamente finanziati, per questo gli scienziati chiedono che si cambi radicalmente l’insieme delle norme per centrare sia gli obiettivi ambientali che quelli socioeconomici. La PAC attuale è in scadenza: è tempo, per i Paesi membri, di redigerne una nuova, ed è qui che entra in gioco la Farm to Fork Strategy.

Farm to Fork (F2F) è una delle strategie presenti nell’European Green Deal e ha l’obiettivo di rendere più sostenibile il settore alimentare e dell’agricoltura. Questo documento dovrebbe aiutare la Commissione Europea a definire la nuova PAC che sarà attiva dal 2021 al 2027, ma secondo gli scienziati contiene indicazioni troppo vaghe.

Cosa chiedono gli scienziati

Gli autori sostengono che tutti gli elementi della PAC, senza eccezioni, debbano essere allineati con i principi di sostenibilità e multifunzionalità agricola e possano mirare alla generazione di beni pubblici. Le richieste avanzate sono dieci: nei primi due punti, gli scienziati chiedono che si supporti la mitigazione del cambiamento climatico attraverso una riduzione delle emissioni di gas serra e che, nello specifico, vengano aboliti i sussidi per gli allevamenti e i sistemi di produzione intensivi.

Lo scenario business as usual non è più un’opzione. Trasformare la PAC aiuterà gli agricoltori ad adattarsi alle sfide della sostenibilità e sarà un punto di riferimento per il Green Deal e la nuova Commissione Europea, ma avrà bisogno di molto coraggio politico per avere la meglio sulle resistenze al cambiamento.

Uno stralcio dell’articolo “Action needed for the EU Common Agricultural Policy to address sustainability challenges” firmato dai 3600 scienziati.

La lettera

Tra i promotori dell’iniziativa c’è anche Greenpeace, che ha da poco pubblicato una nuova analisi. La ONG sostiene che, per fronteggiare la crisi climatica, il consumo di carne in Europa dovrebbe diminuire del 71% entro il 2030 e dell’81% entro il 2050 (in Italia del 70% e 80%, rispettivamente). Tradotto in peso, ogni cittadino europeo ne avrà a disposizione circa 460 g alla settimana nel 2030 e 300 g nel 2050. Il consumo effettivo potrebbe anche essere minore, riferiscono gli esperti, perché questo dato comprende sprechi e perdite lungo la catena alimentare.

Oggi, in Europa, il consumo medio pro capite di carne (sia bianca che rossa) supera i 1500 g alla settimana: il doppio della media mondiale, che diventa il triplo se si parla di derivati del latte.

La scienza è schiacciante su questo punto – il consumo eccessivo di carne e latticini sta distruggendo le foreste, sbriciolando la natura e riscaldando il pianeta. La Commissione vuole parlare di garantire alimenti sani e convenienti prodotti in modo sostenibile? Ottima idea, ma ciò significa che è tempo di parlare di ridurre i derivati animali.

Sini Eräjää – Greenpeace EU agriculture and forest campaigner

Tempo di agire

Ora l’attenzione è tutta sugli Stati che devono rispondere a quanto richiesto, preparando la programmazione 2021-2027. La scadenza di questi giorni è stata prorogata di un mese a causa dell’emergenza Covid-19, ma il PPE chiede di posticiparla a dopo l’estate per via della crisi del settore agroalimentare in arrivo.

Il commissario UE designato all’Agricoltura, Janusz Wojciechowski, ha assicurato che stanno lavorando a una semplificazione delle procedure per non ritardare i lavori della PAC. E conclude:

La crisi climatica non se ne andrà ed è indispensabile che la nostra società diventi sostenibile per assicurare la sua resilienza a lungo termine.

Janusz Wojciechowski, Commissario UE all’agricoltura

Per tutti questi motivi noi crediamo che sia fondamentale ridurre il consumo di proteine animali, ma sappiamo che la transizione non sarà semplice e dovrà coinvolgere tutta la filiera agroalimentare. Noi lavoriamo con la ristorazione collettiva: insegniamo a mense e aziende come introdurre gradualmente nuovi piatti di sicuro successo ed ecosostenibili, con benefici immediati per la salute e l’ambiente.

Breve riassunto del 2019 e di tutte le volte che ci hanno chiesto di mangiare meno carne

Per chi si occupa di sostenibilità, di scienza, di emergenza climatica o di alimentazione, l’anno si chiude esattamente così come era iniziato: con una robusta revisione scientifica sull’importanza di programmare un futuro in cui la carne non sarà più la scelta proteica numero uno. I dati si sommano, le evidenze si accumulano, ma nessuno si muove. Il mercato, quello sì, propone alternative vegetali di successo e sposta i consumi, ma le istituzioni sono lente a prendere provvedimenti.

Il lavoro di MenoPerPiù è monitorare quello che succede nel mondo e avanzare delle proposte, in Italia, per rendere il cibo vegetale nelle mense più buono e più facile da trovare. Ecco, in sintesi, cosa è successo in questo 2019.

La comunità scientifica internazionale si è espressa chiaramente su come dovremmo mangiare

Gennaio

Si comincia con il botto, con la pubblicazione del rivoluzionario report Food in the Anthropocene: the EAT–Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems. 37 tra i maggiori esperti mondiali di salute e sostenibilità hanno lavorato alla definizione di una dieta per la salute planetaria, che favorisca cioè il benessere sia del pianeta che delle specie che lo abitano. Per farla breve: dobbiamo mangiare vegetale il più spesso possibile.

Sempre a gennaio, il Canada pubblica le nuove linee guida in cui suggerisce, tra le fonti proteiche, di preferire quelle vegetali.

Marzo

Il sindaco di New York annuncia che, a partire da settembre 2019, tutte le scuole cittadine aderiranno al Meatless Monday, il lunedì senza carne, per migliorare la salute pubblica e tagliare le emissioni di gas serra. La decisione avviene dopo un progetto pilota di un anno a Brooklyn che ha superato ogni aspettativa.

Tempeh, ossia un panetto a base di legumi fermentati

Aprile

La Commissione Agricoltura del Parlamento europeo evita il taglio dei finanziamenti pubblici destinati agli allevamenti intensivi. Tradotto: uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica continua a ricevere una marea di soldi da parte delle istituzioni, che non si preoccupano delle contraddizioni o delle conseguenze.

Luglio

Esce il nuovo report WRI, che punta il dito contro l’adozione della dieta western in tutto il mondo e sostiene che mangiare meno carne sia la strategia più promettente per ridurre le emissioni.

Il ventinove del mese è l’Overshoot Day: abbiamo ufficialmente esaurito le risorse che avevamo a disposizione per tutto il 2019. Gli scienziati promuovono la campagna #movethedate, per posticipare l’appuntamento dell’anno prossimo. Dimezzare gli sprechi alimentari sposta la data di 11 giorni, dimezzare il consumo di carne di 15. Facendo entrambi, potremmo “guadagnare” quasi un mese.

Portarsi il pranzo (vegetale) da casa è una buona abitudine per posticipare l’overshoot day

Agosto

Viene pubblicato il nuovo report IPCC. “Non vogliamo dire alla gente cosa mangiare, ma sarebbe davvero utile, sia per il clima sia per la salute umana, se le persone di molti paesi ricchi consumassero meno carne e se i politici creassero incentivi adeguati in questo senso”. A dirlo è Hans-Otto Pörtner, ecologo e codirettore del gruppo di lavoro dell’IPCC su impatti, adattamento e vulnerabilità.

Nel frattempo, l’Amazzonia brucia per creare nuovi terreni legati all’industria della carne, che finisce anche nei nostri piatti più insospettabili (come la bresaola della Valtellina).

Settembre

Le prime università annunciano la messa al bando della carne rossa dai menu per diminuire il proprio impatto. Londra e Coimbra giocano la carta delle mense universitarie per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2030.

Ottobre

Il 16, come ogni anno, cade la Giornata Mondiale dell’Alimentazione a tema #famezero. La FAO riporta, tra i suggerimenti, di aggiungere cereali integrali, legumi, verdura, frutta e semi oleosi alla propria dieta perché sono sani, economici e più ecosostenibili rispetto alle altre categorie di cibi.

L’alimentazione sana e sostenibile si basa sui cibi vegetali

Novembre

Undicimila scienziati firmano una lettera dove indicano chiaramente i sei punti critici dove intervenire per evitare la catastrofe climatica. Tra questi, il cibo: è fondamentale ridurre drasticamente il consumo di carne – in particolare la carne rossa – e favorire i prodotti di origine vegetale.

Dicembre

L’Italia pubblica, dopo 15 anni, le nuove Linee guida per una sana alimentazione, dove ci viene chiesto di aumentare i consumi di legumi rispetto ai livelli attuali, che rasentano il nulla cosmico (4 kg all’anno).

A margine della deludente COP25 a Madrid, Lancet pubblica una lettera firmata da un gruppo di scienziati che chiede ai Paesi dall’economia più avanzata l’adozione di quattro misure per evitare di superare l’aumento di 2°C delle temperature globali. Si propone l’idea di stabilire una finestra temporale oltre la quale la produzione di carne, ad oggi sempre in aumento, dovrà necessariamente diminuire.

La chiusura sta alle parole dell’attivista climatica Greta Thunberg, simbolo del 2019 appena trascorso e dichiarata persona dell’anno dalla rivista Time.

Tra sole tre settimane entreremo in un nuovo decennio, un decennio che definirà il nostro futuro. […] Le persone prima erano inconsapevoli ma adesso stanno iniziando a svegliarsi. E una volta che noi ci rendiamo conto, cambiamo.

Le persone possono cambiare. Le persone oggi sono pronte a cambiare, e questa è la speranza.

Greta Thunberg, il discorso alla COP25 di Madrid

Sono stati dodici mesi molto coerenti, che ci hanno fornito molti spunti. Noi, per applicare queste indicazioni nel concreto, abbiamo deciso di lavorare con la ristorazione collettiva. Nel 2020 porteremo informazioni nelle scuole e nelle aziende, parleremo con chi in mensa ci mangia e chi invece ci cucina, svilupperemo strategie per rendere i piatti a base di legumi una scelta possibile, giusta e buona in tutti i sensi.

Gli incendi dell’Amazzonia sono nel nostro piatto

In questi giorni abbiamo sentito molto parlare degli incendi che stanno flagellando l’America meridionale. Sappiamo che, nonostante i roghi siano una pratica consolidata in quelle regioni, quest’anno sono in largo aumento (+84% rispetto al 2018, scrive The Guardian) e potrebbero portare alla scomparsa di 10mila kmq di foresta. Vengono appiccati principalmente per creare nuovo spazio per pascoli e campi coltivati a soia (che verrà usata come foraggio e non destinata al consumo umano): risulta quindi necessario non finanziare l’acquisto di carne e mangime provenienti dal Brasile e dall’area amazzonica.

Oltre a questo, bisogna arrestare le perdite e iniziare a riforestare, il che richiede denaro. Come privati cittadini possiamo fare delle donazioni alle organizzazioni che si occupano di questo, mentre il presidente brasiliano Bolsonaro rifiuta i 20 milioni di dollari offerti dal G7 per l’invio di Canadair preposti a spegnere gli incendi.

Le conseguenze degli incendi

I punti chiave sono sostanzialmente quattro. La foresta amazzonica è la più importante oasi di biodiversità al mondo, il maggior carbon sink terrestre (letteralmente, un pozzo di assorbimento del carbonio, ossia un luogo che assorbe la CO2 e svolge un ruolo critico nella regolazione del clima), la fonte del 6% dell’ossigeno che respiriamo e una pedina cruciale nel ciclo dell’acqua su scala regionale e, forse, anche globale.

Il disboscamento sta avvicinando il punto di non ritorno verso la transizione da foresta pluviale a savana secca, con tutto quello che ne consegue in un momento di emergenza climatica come questo.

L’accordo UE-Mercosur

A questo punto è necessario chiamare in causa l’accordo politico firmato a giugno, dopo 20 anni di trattative, tra l’Unione Europea e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, cioè i Paesi del Mercosur (Mercato Comune dell’America Meridionale). Questo trattato favorisce il commercio internazionale tra le nazioni aderenti attraverso l’abolizione dei dazi commerciali (stimati in 4 miliardi di € all’anno). Dopo l’entrata in vigore, ci dovremo immaginare un mercato più fluido, con la più grande area al mondo libera dalle tasse doganali, e tante merci in viaggio nell’oceano Atlantico. Esporteremo macchinari, automobili, farmaci e prodotti chimici in Sudamerica, mentre importeremo materie prime alimentari, mangimi e carne, soprattutto manzo e pollo. A che prezzo? L’aumento della richiesta di carne a livello internazionale è il primo driver della distruzione della foresta amazzonica.

Alla luce dei roghi che hanno interessato l’America meridionale quest’estate, i Paesi membri dell’Unione Europea stanno valutando l’ipotesi di sospendere l’accordo. Irlanda e Francia sono a favore del blocco, la Finlandia suggerisce di fermare almeno l’importazione della carne, mentre Spagna e Germania sono per mantenere gli accordi presi. Ne discuteranno i ministri economici in una riunione programmata il 13 settembre.

La carne invisibile

Il patto prevede l’esportazione di 100mila tonnellate di manzo e 160mila tonnellate di pollame in cinque anni, dall’area Mercosur diretta al mercato UE.

Questo permetterà al Brasile di aumentare la produzione di carne, già in espansione grazie al mercato cinese ed europeo. L’Italia è il secondo Paese in Europa per quantità di carne brasiliana importata, con 27 mila tonnellate all’anno (dati Eurostat 2018). Cercando al supermercato, però, non ne troverete traccia: gli utilizzi principali sono nella ristorazione collettiva e nella preparazione di alimenti in scatola. Semplicemente, sparisce.

Quando pensiamo alle mense sostenibili, ci piace immaginare un futuro in cui il nostro pranzo non sia legato al disboscamento, alla perdita di biodiversità, all’emergenza climatica, agli incendi, allo sfruttamento. Se già normalmente un piatto di carne ha un impatto devastante sul pianeta, un burger che proviene dalla foresta amazzonica rasenta la follia. Insieme, però, possiamo evitare tutto questo.

Se non vuoi che la tua mensa sia complice di questi crimini ambientali, contattaci. Ora è il momento giusto per ripensare a un sistema alimentare sostenibile e lungimirante, a beneficio di tutti.

Canada: le nuove linee guida parlano vegetale

Il 2019 si preannuncia un anno segnato dalle prese di posizione. Dopo la Francia e la Commissione EAT-Lancet, è giunto infatti il momento, per il governo canadese, di schierarsi a favore di una riduzione nel consumo di prodotti animali per salvare il pianeta.

L’ultima edizione della Canada’s Food Guide, la raccolta delle linee guida per una nutrizione salutare, si distingue dalle precedenti per un approccio più completo e di larghe vedute. La possiamo definire una sorta di dieta ideale che risponde ai problemi di salute e ambiente.

Promuovere e sostenere la sana alimentazione è una responsabilità condivisa.

Con questo slogan, il governo getta le basi per coinvolgere tutta la popolazione nel rinnovamento dei consumi, passando dalle istituzioni pubbliche ai cittadini. Consapevolezza e capillarità: un binomio necessario in un paese dove il 50% delle morti per malattie cardiovascolari è attribuito ai rischi legati all’alimentazione, cioè evitabile con un programma di prevenzione ed educazione su scala nazionale. La richiesta delle nuove linee guida, ampiamente documentata dalle più recenti pubblicazioni scientifiche, è quindi quella di basarsi su un’alimentazione prevalentemente vegetale per prevenire numerose patologie.

Verdura, frutta, cereali integrali e proteine vanno consumati in modo regolare. Tra i cibi proteici, scegliere più spesso quelli vegetali.

Le applicazioni pratiche

A dare il buon esempio saranno per prime le istituzioni pubbliche. Il menu di scuole, uffici e ospedali sarà quindi conforme alle nuove disposizioni, raggiungendo così i milioni di persone che ogni giorno mangiano fuori casa. Dal report emerge che ogni canadese utilizza il 30% del proprio budget dedicato alle spese alimentari per acquistare cibo già pronto in ristoranti, caffetterie e mense, mettendo di fatto la propria salute in mano alla capacità di cucinare di qualcun altro.

Essere capaci di preparare un pasto sano partendo da ingredienti freschi è una delle più importanti abilità che si possano avere.

Per questo è necessario insegnare a cucinare a tutti, specialmente bambini, adolescenti e malati.

Saper cucinare e valorizzare verdura, frutta, legumi e cereali evitando gli sprechi permette di mangiare meglio e non dipendere da prodotti confezionati. Questo vale per i singoli cittadini, ovviamente, ma anche per il personale che lavora nelle grandi cucine delle mense. Saranno proprio cuochi e decision maker gli attori principali che chiuderanno il cerchio e inizieranno a rendere la mensa uno strumento che garantisca la salute a tutti in modo equo.

Poter mangiare in modo sano presuppone che il cibo nutriente sia disponibile e accessibile per tutti.

Se anche tu condividi questo pensiero, contattaci: vogliamo rendere la pausa pranzo un mezzo per migliorarci la vita.

EAT-Lancet: la dieta che sfamerà il mondo

#foodcanfixit, il cibo lo può aggiustare. Questo è lo slogan scelto dalla commissione EAT-Lancet per presentare il report che punta a stravolgere le politiche alimentari del mondo per garantire un futuro a tutti.

La produzione di cibo a livello mondiale minaccia la stabilità del clima e la resistenza degli ecosistemi e costituisce il principale motore di degradazione ambientale e di trasgressione dei limiti della Terra.

Così Johan Rockström dello Stockholm Resilience Centre di Stoccolma (Svezia) e del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania commenta quello che mangiamo. È sotto la sua guida e a quella di Walter Willet della Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston (Stati Uniti) che hanno lavorato 37 tra i maggiori esperti mondiali di salute e sostenibilità.

Il loro lavoro di revisione di tutta la letteratura scientifica esistente si è concluso con la pubblicazione, a gennaio 2019, del report che definisce la dieta sana e sostenibile.

Si parla di salute planetaria, termine coniato nel report del 2015, per indicare l’interdipendenza tra la salute della civiltà umana e lo stato dei sistemi naturali. L’obiettivo finale di questo lavoro è garantire una dieta giusta per i 10 miliardi di persone che abiteranno la Terra nel 2050.

Dieta sana e produzioni sostenibili

Per farlo, la commissione passa attraverso due tappe obbligate. La prima vuole definire cosa mangiare con dei validi criteri scientifici, stabilendo quanti e quali nutrienti vanno assunti, categoria per categoria. Appare subito evidente come il consumo di prodotti animali sia ridotto al minimo. La trasformazione verso la dieta sana entro il 2050 richiederà un considerevole stravolgimento delle abitudini alimentari.

Il consumo globale di frutta, verdura, noci e legumi dovrà raddoppiare e il consumo di carne rossa e zucchero dovrà calare di oltre il 50%.

La seconda implica invece un ripensamento del sistema alimentare. La commissione propone dei confini all’interno dei quali va mantenuta la produzione di cibo, per diminuire il rischio di eventi irreversibili e potenzialmente catastrofici. Le categorie prese in considerazione sono sei, ognuna cruciale per il corretto funzionamento del sistema terrestre. Si parla di emissioni di gas serra, di utilizzo di acqua e terreni, di fertilizzanti ed estinzioni. Per mantenere i valori sotto ai limiti indicati, è chiaro che va cambiata la strategia. Se produrre carne inquina troppo, bisogna invertire la rotta.

La loro ricetta? Passare a una dieta prevalentemente vegetale, ridurre al massimo lo spreco alimentare e migliorare le pratiche produttive.

La chiamata all’azione

“I dati”, scrive la commissione, “sono sufficientemente numerosi e validi perché si passi subito all’azione. Ritardare la presa di posizione non farà che aumentare la probabilità di conseguenze catastrofiche. Senza alcuna azione, non raggiungeremo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, meglio noti come SDGs) e i nostri figli erediteranno un pianeta degradato e dove la popolazione soffrirà sempre di più di malnutrizione e malattie evitabili.”

Appare evidente come serva un approccio multisettoriale al problema, con diversi livelli di azione, ognuno dei quali ben strutturato su obiettivi scientifici. Per passare dalla teoria alla pratica, la commissione propone cinque piani ben documentati.

Le strategie

Per realizzare gli obiettivi si richiede una transizione verso diete più sane, supportate da un impegno nazionale e internazionale. Nello specifico, il cibo salutare deve essere più disponibile, accessibile e a buon mercato rispetto alle alternative meno benefiche. Non solo, va migliorata anche l’educazione alimentare della popolazione attraverso diversi canali, come il servizio sanitario nazionale o il marketing dei prodotti. Un discorso simile a quello che ha fatto il Canada, che ha scelto di incentivare il consumo di alimenti vegetali e di concentrarsi sull’importanza di cucinare in casa cibo sano e sostenibile.

Il cibo è la leva principale per ottimizzare la salute umana e la sostenibilità ambientale sulla Terra.

Sarà una partita cruciale nel ventunesimo secolo, ma non tutti sono pronti a scendere in campo.

La Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra ha fatto uscire un comunicato stampa per esprimere le proprie perplessità sul tema. In vista della presentazione del rapporto della EAT-Lancet Commission all’ONU, ha criticato il coinvolgimento dell’OMS e le conseguenze della “rivoluzione alimentare” auspicata dal gruppo di lavoro.

Insomma, anche stavolta siamo riusciti a mettere l’economia (in particolar modo gli interessi del settore zootecnico) davanti alla salute, all’ambiente e agli ultimi risultati scientifici.

Noi lavoriamo gratuitamente per aumentare le proposte sostenibili nel menù della tua azienda: contattaci per sapere come iniziare.